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Questo è un sogno dell’ansia. Di quelli del dormiveglia del mattino.

Incontro nel suo ufficio deserto un tizio. L’ho già visto per lavoro più volte. Ho la certezza che voglia ben altro da me che una consulenza. E gin qui come la realtà. Poi credo che gli ultimi episodi di True Detective, alcune frequentazioni di questo periodo e qualche bicchiere abbiamo aperto la mia mente al resto.

Mi accompagna, oltre il suo ufficio, in questo palazzo deserto, corridoi, ascensori, altri corridoi. Fino ad arrivare in una sala riunioni in cui una ventina di coppie parlano a turno con una specie di segretaria organizzatrice.  Parlano di esami, di misurazioni e interventi. Come se fosse una clinica.

Non sono a mio agio, mi defilo ed entro in una stanza con le pareti solo di vetri: altissimi, trasparenti. Io nuda. Mi sta aspettando lui, come se fosse già tutto preconfezionato. Fuori piante lussureggianti, di un verde aspro e carico. Fra le foglie l’obiettivo di un fotografo. Urlo, non voglio essere fotografata mentre mi scopa in piedi contro quel vetro, cerco di scappare. Ma sono immobe con l’obiettivo davanti… E il cazzo dietro.

Poi, sto spazio-tempo. Sono scappata e mi inseguono. Fra le strade, in parcheggi cupi. Rientro nel palazzo: un labirinto fatto di pareti strette, ascensori, stanze collegate fra loro. Non trovo l’uscita. Ma trovo una scialuppa. Dentro una ragazza: “non uscirai da qui”. Lei è nuda, morta, solo un viso sporco e magrissimo. Mentre calo le funi divento un uomo. Un maschio che si tuffa nello stesso labirinto divenuto d’acqua.

Riemergo me stessa nel book shop di un museo in cui sto seguendo il mio “datore di lavoro”.

“Sei arrivata finalmente. Ci aspettano per una fotografia”.

#psichiatrabloggercercasi

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